mercoledì 13 febbraio 2013

Nostimon imar il giorno del ritorno a casa




-portiamo le cose in barca e poi prendiamo una birra... ma...tutto quello ?.
-ci sono pure la cambusa e lenzuoli -protesto
-bravi -sorride
 dopo cena stefano ci aspetta già sull'Elissa e si parte inmediatamente. Rimango con lui mentre
gli altri sono vinti dal sonno. Mi sfotte per l'uso impacciato della barra e mi consiglia di puntare una
stella e tenerla ferma tra le cime e l'albero. Mi lascia e torna con un apparecchio nero che offre al cielo
che in cambio ci dice il nome della stella, Aldebaran.
 Verso le tre e mezza non ce la faccio più a stare in piedi e approfitto del ritorno di Gabriele per
andare a letto.
 Mi sveglia l'odore del caffè appena fatto e il cinguettio della vocina di Pietro. Un bambino duro,
con gli occhi furbi, sei anni circa e tante traversate sul corpo. Mi colpisce la forma del padre di trattarlo
da grande -su, forza, coraggio- e di allontanarlo al minimo acennno di coccola. Si stabilisce tra loro un
intima complicità, quella dei vecchi giocatori di poker, quella maschile dove mamme e fidanzate
difficilmente riescono a entrare.
 Dopo meno di un’ora ci arriva  uno schiaffo di aromi di fico,  origano, basilico di Fano, che
sembra galleggiare sull’acqua come un cappello dimenticato. Il vento ci impedisce di attraccare e
continuiamo a navigare verso Merlera dove restiamo. I tempi non c’entrano niente con quelli a cui sono
abituata, è come se tutto durasse deliziosamente di più, là cullati dall’acqua. Daniele non ha smesso di
sorridere da quando siamo in barca. Dopo due giorni di cucina greca elaborata da albanesi, di tramonti
dal Fiki bar, di tuffi in acqua, di pescare per mangiare, riusciamo ad arrivare a Fano. Andiamo
direttamente da Babis con i vari presenti e lui ci ricambia con le patatine fritte più  buone al mondo.
Babis, l'eremita greco dalla lunga treccia sa che è il mio compleanno e ci offre l'anguria e il prosecco,
mi fa un bell’augurio e ci godiamo il polpo arrosto mentre penelope e rebellaki, i suoi gatti, ci girano
intorno. A volte si siede con noi e parla mezzo greco, mezzo italiano, mezzo inglese e grida
“catastrophi” riferendosi alla situazione dell'isola, della Grecia, dell’Europa. Ridiamo.  Gabriele
mangia poco e parla ancora meno. È un uomo  senza tempo, è Argantonio, Alessandro Magno,
Magellano. Ha la durezza degli uomini sensibili.  In barca si muove agile e audace tra le cime, apre e
chiude randa e genoa, andare in mare in fondo è una conversazione col vento, un gioco, un tirare su e
giù vele e corde ed aspettare le  risposte, sapere prendere l'onda,  un’arte in cui tecnica e urgenza
diventano una cosa unica. Quando suona il telefono e si allontana discretamente so che parla con Lucia
e quando la nomina gli brillano gli occhi. L'altro amore è l'Elissa. Quando chiedo di lei mi porge un
libro destinato a soddisfare la mia curiosità ma rimane fregato perchè mi serve solo da spunto per
seppellirlo di ulteriori domande. Resta chiaro che è stata Elissa a scegliere lui, che puzzava già di vita
quando l’ha trovata, che c’è del mistero intorno. La tratta come si tratta la donna che si ama. Per quello
è una sorpresa quando al ritorno mi sporgo per vomitare e oltre a un rimprovero lontano di Stefano, sento il peso del suo corpo che mi butta in ginochio sulla coperta e mi ferma ferreo con le braccia
lasciando la testa in avanti. -Ora vomita quanto vuoi, e la prossima volta non te ne fregare niente della
barca, in un niente cadi fuori bordo-. Detesto vomitare su questa barca che ci ha accolto cosi generosa
nella sua enorme pancia da mammifero, eppure sono fuori gioco. Il mare è incazzato nero. Stefano e
Gabriele sanno starci dentro senza battere ciglio come due adolescenti abituati ai cazziatoni degli adulti.
Mi spavento perchè non trovo più Daniele e quando mi giro con difficoltà lo vedo verde nel pozzetto di
poppa. Tanti delfini ci passano accanto e decidono di salutarsi saltando in gruppi di tre offrendoci un
meraviglioso spettacolo. Io continuo ad essere ridotta a un ammasso di carne in un angolo. Riesco solo
a scherzare sulla corporeità tra vomito e vomito e affermo che è peggio che partorire. Ridono. Anch'io
rido, perchè in realtà mi sono innamorata di questo cazzo di mare in rivolta, perché non me lo aspettavo,
e perché so che adesso avrò mal di terra finché non ci tornerò.

Pilar Martin Pitto




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